Viaggio in Italia – Sardegna

Vi portiamo alla scoperta delle regioni italiane e dei loro aspetti più interessanti in termini di propensione all’innovazione e opportunità di crescita e sviluppo economico–sociale
Una spiaggia rocciosa della Sardegna

Luglio 29, 2026

Sardegna | Viaggio in Italia

Pannelli solari verticali, affitti studenteschi, scarti vegetali, comunicazione accessibile e biopelle dal caffè: questi, in estrema sintesi, i cinque temi delle idee imprenditoriali selezionate come vincitrici della prima edizione della Call for Startup, iniziativa lanciata da C.NEXT Ivrea a fine aprile.

I punti principali dell’articolo:

  • La propensione all’innovazione è bassa: con un Regional Innovation Index di 77,5 la regione è sedicesima in Italia, e la ricerca privata è quasi ferma (ventesima).
  • Un’isola ben collegata col mondo, meno al suo interno: tre aeroporti internazionali e otto porti di rilievo nazionale, ma nessuna autostrada e una rete ferroviaria in gran parte a binario unico e non elettrificata.
  • La regione che invecchia più in fretta: 48,8 anni di età media, seconda solo alla Liguria, con la quota più bassa d’Italia di under 15.
  • Il turismo è sviluppato, ma stagionale: 3,8 milioni di arrivi nel 2024, seconda regione per crescita, con un peso occupazionale tra i più alti d’Italia. Quasi tutto concentrato in estate.
  • Un territorio sostenibile: la Sardegna è tra le prime regioni d’Italia per basse emissioni e per ridotto consumo di suolo. In un’economia che va verso la sostenibilità, non è un dettaglio.

Sul fronte dei collegamenti la Sardegna ha due volti. Verso l’esterno funziona bene: tre aeroporti internazionali – Cagliari-Elmas (5,2 milioni di passeggeri nel 2025), Olbia Costa Smeralda (4,2 milioni) e Alghero-Fertilia (1,8 milioni) – e otto porti di interesse nazionale, che nel 2025 hanno movimentato 43 milioni di tonnellate di merci e 7,1 milioni di passeggeri. Cagliari-Sarroch domina sulle merci, Olbia sui passeggeri.

Verso l’interno, invece, la situazione è più complicata. In Sardegna non esiste alcuna autostrada: la circolazione si affida a circa 3.000 chilometri di strade statali, con la SS131 “Carlo Felice” nel ruolo di spina dorsale, 230 chilometri a quattro corsie che uniscono Cagliari a Sassari e Porto Torres.

Anche la ferrovia paga il conto. Dei 430 chilometri gestiti da RFI, quasi tutti sono a binario unico e non elettrificati: significa treni più lenti e meno frequenti. A questi si aggiungono i 608 chilometri della rete regionale ARST a scartamento ridotto (binari più stretti, adatti a percorsi tortuosi), per buona parte destinati oggi a linee turistiche estive. Il risultato è che muoversi dentro l’isola resta più lento che raggiungerla da fuori.

Per misurare quanto un territorio sia capace di innovare si usa il Regional Innovation Index (RII), l’indicatore con cui l’Unione Europea confronta le regioni incrociando 23 parametri, dalla ricerca ai brevetti. La Sardegna ottiene 77,5, sedicesimo punteggio in Italia: rientra tra i moderate innovator, gli “innovatori moderati”, ma nella fascia bassa della categoria. Solo quattro indicatori su ventitré la collocano tra le prime cinque regioni italiane, mentre in quattordici casi resta oltre il quindicesimo posto.

Il punto più debole è la ricerca e sviluppo delle imprese private, ventesima in Italia: le aziende sarde investono poco in innovazione propria. Le startup innovative sono 142 e le PMI innovative 45, entrambe nella parte bassa della classifica anche rapportate alla popolazione.

Ci sono però due indicatori positivi. La prima è la formazione continua, cioè la quota di adulti che continua a studiare e aggiornarsi: decima in Italia, segnale di una popolazione disponibile ad acquisire nuove competenze. La seconda è ambientale: sulle emissioni di CO2 la Sardegna è seconda in Italia e quarantunesima in Europa, e ha il quarto consumo di suolo più basso del Paese (3,4%). In un’economia che si muove verso la sostenibilità, è un capitale competitivo su cui costruire.

Nelle ultime tappe di questo viaggio abbiamo raccontato territori che perdono aziende: le Marche hanno registrato il calo più marcato d’Italia, il Lazio il secondo. La Sardegna fa l’opposto.

La regione conta 142.721 imprese attive e tra il 2019 e il 2025 ha perso appena lo 0,3%, contro una media nazionale del -2,0%: è il quinto miglior risultato d’Italia. Nell’ultimo anno il saldo è stato addirittura nullo, cioè le aperture hanno compensato esattamente le chiusure. Anche la densità imprenditoriale è alta: 91,3 imprese ogni 1.000 abitanti, sesto dato nazionale.

È una stabilità che merita attenzione, perché arriva da un tessuto produttivo tutt’altro che industriale. Le imprese manifatturiere sono solo il 6,3%, penultimo dato in Italia. I distretti industriali – le aree dove molte aziende dello stesso settore lavorano fianco a fianco, condividendo competenze e fornitori – sono quattro, concentrati nell’alimentare, nel tessile e nei beni per la casa.

La sofferenza, semmai, è concentrata nella grande industria del passato: le due aree di crisi industriale complessa della regione – territori dove la perdita di occupazione è così grave da richiedere interventi pubblici dedicati – riguardano i poli chimici e metallurgici di Porto Torres e di Portovesme, nel Sulcis.

L’ecosistema dell’innovazione sardo è più snello che altrove e si distribuisce tra i due poli storici dell’isola. A Cagliari si concentrano il parco scientifico e tecnologico Sardegna Ricerche-Polaris, un acceleratore di Cassa Depositi e Prestiti, la Casa delle Tecnologie Emergenti Cagliari DLAB e la finanziaria regionale SFIRS. A Sassari ha sede eINS, l’Ecosistema dell’Innovazione finanziato dal PNRR che mette in rete università, centri di ricerca e imprese.

Intorno si muove una rete più diffusa: due incubatori certificati dal Ministero, tre Digital Innovation Hub – gli sportelli che aiutano le imprese a digitalizzarsi – promossi dalle associazioni di categoria, due Contamination Lab universitari, trentacinque progetti di cluster regionali. Un ecosistema che esiste, ma che resta più concentrato di quanto la geografia dell’isola richiederebbe.

Sul capitale umano la Sardegna gioca con l’essenziale. Gli atenei sono due, entrambi statali: l’Università di Cagliari e l’Università di Sassari, che insieme offrono 162 corsi di laurea e nel 2024 hanno formato 5.146 laureati, dei quali 1.128 in discipline STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica), le competenze più richieste dall’economia digitale. Le donne sono la netta maggioranza dei laureati complessivi (63%).

Più capillare l’offerta tecnica: cinque ITS Academy – gli Istituti Tecnologici Superiori, con percorsi post-diploma molto pratici e legati al lavoro – coprono cinque diverse aree tecnologiche, dalla mobilità sostenibile all’agroalimentare, dall’energia all’ICT, con sedi sparse in tutta l’isola. Sono il collegamento più diretto tra scuola e imprese del territorio.

Il mercato del lavoro è il vero punto dolente. Il tasso di occupazione si ferma al 42,8% e la disoccupazione all’8,3%, quinta più alta d’Italia. Preoccupa soprattutto la quota di NEET – i giovani che non studiano e non lavorano (dall’inglese Not in Education, Employment or Training) – al 19,6%, anche in questo caso tra le peggiori del Paese. Se a questo si aggiungono l’età media di 48,8 anni (seconda in Italia dopo la Liguria) e la quota più bassa d’Italia di under 15, il quadro demografico diventa il principale fattore limitante per lo sviluppo.

Il turismo, all’opposto, corre. Nel 2024 la Sardegna ha accolto 3,8 milioni di arrivi con 15,6 milioni di presenze, seconda regione d’Italia per crescita. Vale il 3,54% degli occupati totali, terzo dato nazionale: molto sopra la media italiana. Il limite, noto, è la stagionalità: il brand Gallura e Costa Smeralda attrae 1,3 milioni di turisti, in prevalenza stranieri, ma quasi tutti concentrati nei mesi estivi. Completano il quadro un terzo settore con 3.784 enti e due fondazioni di origine bancaria di peso, risorse preziose per finanziare progetti di sviluppo.

La Sardegna, in sintesi, è una regione che resiste. Non brilla nelle classifiche dell’innovazione, investe poco in ricerca privata, fa i conti con un mercato del lavoro debole e con la popolazione più anziana d’Italia dopo la Liguria. Ma non perde imprese, ha una densità imprenditoriale alta, un turismo in crescita e un patrimonio ambientale che vale come vantaggio competitivo.

È una base solida su cui manca, per ora, l’innesco. Gli ingredienti ci sono – due università, ITS ben distribuiti, un ecosistema dell’innovazione avviato, adulti disponibili a rimettersi in formazione – ma restano poco connessi tra loro e concentrati su Cagliari e Sassari, mentre l’interno dell’isola resta ai margini. È la sfida di tutti i territori con una geografia difficile: non basta che le competenze esistano, serve che si incontrino.

Per istituzioni e organizzazioni che vogliono attivare progetti di innovazione e rigenerazione, la Sardegna offre una condizione rara: un tessuto produttivo che ha retto agli anni difficili e che ora ha bisogno di strumenti per fare il salto. È esattamente il terreno su cui lavora C.NEXT, con un modello di poli capace di mettere in connessione imprese, competenze e territori.

Possiamo accompagnarti nella progettazione e attivazione di un polo di innovazione sul territorio, dalla mappatura delle vocazioni territoriali alla costruzione delle alleanze locali: scrivici a info@cnexthub.com per iniziare un dialogo.

Fonti
ISTAT
ASSOPORTI
ASSAEROPORTI
USTAT
INFOCAMERE-MOVIMPRESE
EIS/RIS
RFI
INDIRE (ITS)

Articoli simili